Editoriale
Editoriale a cura di Andrea Lisi* e Francesca Cafiero**
*Avvocato, Direttore Editoriale KnowIT, Coordinatore Studio Legale Lisi e Presidente ANORC Professioni
** Archivista, Coordinatrice Rivista KnowIT, Responsabile Ufficio di Comunicazione Studio Legale Lisi
Le chiavi di lettura per interpretare la realtà liquida nella quale siamo immersi sono state finora tante e probabilmente siamo ancora solo agli inizi della ricerca.
Tuttavia continua a persistere una “falla” comune nel mondo degli “esperti del digitale”, ossia la tendenza a guardare il dito e non la luna in un percorso di ricerca che spesso si perde dietro sterminati dibattiti anziché regalarci la capacità di orientarci in modo autonomo attraverso l’uso sapiente di strumenti che sono già a nostra disposizione e magari rivoluzionando inaspettatamente (quello sì) il nostro rapporto con la tecnologia.
La premessa
I protagonisti delle nostre vite, oggi, si chiamano Google, Facebook, Amazon e altre svariate piattaforme che ci mostrano il loro volto gratuito, da un lato, mentre dall’altro sono impegnate a fagocitare i nostri dati più personali, influenzando le nostre coscienze, inibendo i nostri cervelli e progettando la costruzione della nostra personalità. Temo che l’aspetto consumistico sia solo una faccia della medaglia. Siamo immersi in un gigantesco vortice, anzi uno sterminato frullato di vite digitali che ci ha letteralmente risucchiato, attraverso comandi vocali e dispositivi tascabili, con i quali abbiamo oramai sviluppato una vera e propria sinergia sul piano fisico.
La nostra identità è lì, ma il diritto ad oggi non è in grado di presidiare con tutele effettive i diritti fondamentali che apparterrebbero indissolubilmente ad essa. Manca probabilmente l’anello (giuridico-culturale) della catena tra noi e lo strumento tecnologico (lo smartphone) che ormai costituisce l’appendice costante per rivelare (e solo in parte gestire) la nostra identità nel mondo digitale.
E noi siamo dati. Dati preziosissimi.
L’imperialismo social
L’assenza di un dato, è un dato anch’esso. Ebbene oggi noi non esistiamo, siamo completamente assenti se non siamo su Google e su Facebook. Riflettiamo davvero sulla capacità dell’impero social nel quale viviamo: quanto poco tempo occorrerebbe per spazzare via pezzi di storia che ci riguardano, distorcere i nostri desideri, orientarli vigliaccamente fino a modificare o cancellare le nostre stesse esistenze, grazie ad un potenziale accordo tra pochi grandi player e un paio di Stati vigliacchi?
Vogliamo renderci conto della capacità decisionale incredibile che oggi è nelle mani di pochissimi in grado di gestire e orientare il mondo intero, compresa la nostra memoria?
Ovvio che in un contesto a-nazionale del genere la sola Italia può poco, ma ben potrebbe invece rafforzarsi convergendo verso un’azione coordinata europea, che comporti un’alfabetizzazione diffusa, con la costruzione di un’innovazione digitale presidiata da vere democrazie occidentali.
Il monito di Giovanni Buttarelli
Come ho avuto più volte occasione di ribadire, non ultimo durante l’evento “Governance digitale e custodia del patrimonio informativo pubblico” tenutosi a Roma lo scorso novembre e dedicato alla memoria di Giovanni Buttarelli, l’ex Garante Europeo per la protezione dei dati ci ha consegnato il suo testamento durante il DIG.eat 2019, ultimo convegno a cui ha fortemente voluto e potuto partecipare fisicamente.
Buttarelli ha indicato proprio nel ruolo coordinato delle Authority i suoi possibili argini: “L’attuale ecosistema digitale si fonda sullo sfruttamento intensivo ed indiscriminato delle informazioni e dei dati personali. Nel corso di poco più di un decennio, la struttura dei mercati è andata convergendo verso situazioni di quasi-monopolio, decretando l’accrescimento esponenziale del potere di mercato di pochi, ma potentissimi, attori privati. Il risultato è la concentrazione del potere di controllo dei flussi d’informazione nelle mani dei giganti del tech, circostanza che facilita il consolidamento di un modello di business basato sulla profilazione e finanche manipolazione delle persone. Si rende a tal proposito necessario un ripensamento strutturale del modello di business prevalente. Si impone, inoltre, un intervento coordinato delle autorità della protezione dei dati, della protezione dei consumatori e della concorrenza, che tenga conto delle sinergie e sfide comuni alle diverse aree di regolazione”. Vogliamo prendere in considerazione queste parole o seppellire per sempre il suo monito insieme alla sua tomba?
Il problema oggi è proprio quello di comprendere fino in fondo cosa ci sta accadendo intorno.
Esperto o… messia?
Forse finora non abbiamo affrontato uno dei diritti più importanti del digitale: il diritto ad occuparsene. Ecco, questo dovrebbe essere un diritto letteralmente disconosciuto a tutti coloro che si improvvisano “esperti” impegnati a inseguire le “chimere” degli automatismi (dalla blockchain, all’IA, per finire al machine learning), privi di quelle competenze necessarie ad interpretare e governare il cambiamento.
L’interpretazione dell’innovazione digitale è un lavoro “duro” e logorante: diciamocelo pure, non serve qualcuno che assuma una funzione messianica di insegnamento su come “funziona davvero” questo mondo rivoluzionario. Sveliamo finalmente, una volta per tutte, il trucco dello storytelling[1]: un prestigiatore sul palcoscenico e intorno un’enorme platea che si beve tutto.
Finiamola con la fiaba del digitale sempre “innovativo” da svelare: l’innovazione -quella vera- è ferma da tempo all’Internet e al Web e alle loro applicazioni. Sono incredibilmente cresciute potenze di calcolo e capacità di memoria, questo è vero, ma le tecnologie son sempre quelle da un po’ di tempo a questa parte. Ed è questo un dettaglio che sfugge a chi non ha la capacità di cogliere le delicate sfaccettature interpretative del digitale ed astrarne i principi fondamentali, quelli che veramente servono a guidarci.
Codice, linee guida o… tutorial?
Se è vero dunque che non c’è più nulla di realmente rivoluzionario e che oramai siamo solo circondati da strumenti che continuano a “replicare” fondamentalmente la stessa tecnologia, non ci resta che adottare principi e regole in grado di reinterpretare ciò che abbiamo già regolamentato da anni[2]. Semplice, no?
Ecco che come primo proposito per il nuovo decennio direi proprio di non modificare più le regole che già ci sono. Abbiamo rattoppato per troppo tempo e il nostro sistema normativo, finendo per credere più all’utilità dei tutorial, che a un sistema di norme fondato sulla centralità di un Codice e sulla gerarchia di fonti a suo corredo.
Restiamo in attesa della pubblicazione della versione consolidata delle Linee Guida, sul sito ufficiale di AGID. A queste Linee Guida spetterebbe il prezioso compito di guidarci nel mantenimento della memoria digitale nel tempo, la quale è frutto di un sistema condiviso di metodi e procedure che parte correttamente dall’inizio, dalla formazione consapevole e accorta della “rappresentazione informatica, rilevante giuridicamente, di dati, informazioni e documenti” per poi garantire il contesto archivistico nel sistema di gestione documentale. Tutto questo non è risolvibile attraverso pillole di tecnologia a basso costo che oggi vanno “di moda” (blockchain o cloud che siano), ma va guidato attraverso un’azione accorta di costruzione di competenze interdisciplinari[3].
A proposito, quindi, che fine hanno fatto queste Linee Guida?
[1] Termine spesso abusato e usato in questo caso, con cognizione di causa, in accezione dispregiativa
[2] Rileggetevi, ad esempio, l’art 3 comma 1 del decreto legislativo 39/1993 sugli atti e procedimenti amministrativi automatizzati e il comma 2 sulla “firma a stampa” (e relativa giurisprudenza del Consiglio di Stato) e vedrete che ritroverete molte delle “rivoluzionarie” e recenti teorie sull’intelligenza artificiale applicata ai procedimenti giudiziali…
[3] Ho affrontato questo argomento molto delicato in un post pubblicato in data 20 febbraio 2020 su anorc.eu, dal titolo “La conservazione dei documenti informatici non si fa in cloud o in blockchain”, acquisibile alla pagina. https://anorc.eu/attivita/la-conservazione-dei-documenti-informatici-non-si-fa-in-cloud-o-in-blockchain/.
- Avvocato - esperto in diritto applicato all'informatica e protezione dei dati
Sommario
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