Data breach SIAE: la voce autorevole dell’inadeguatezza

All’indomani dell’attacco hacker che ha esfiltrato alla Siae 60 gigabyte di dati, pari a 28mila file, fa un certo effetto leggere nella home page del sito della società che attraverso il suo archivio autori, artisti, musicisti, registi possano tutelare le loro opere.
Fa ancora più effetto ascoltare le parole del DG Gaetano Blandini che ai microfoni di Radio Capital classifica il danno non come “economico”, ma semplicemente “di immagine”.

In realtà un archivio digitale di questo tipo violato, esposto alla diffusione è un dramma incredibile, che non sarebbe mai dovuto succedere. Gli hacker, un gruppo emergente già protagonista negli ultimi mesi di varie incursioni ai danni anche di enti governativi esteri, non hanno tardato a rivendere sul dark web parte dei dati relativi a carte di identità, patenti, tessere sanitarie e indirizzi di tanti autori della Siae.

Ora si dovrebbe solo provare vergogna, in realtà, senza neppure tentare di minimizzare l’accaduto, giustificandosi che sì, si è poi provveduto a effettuare tutte le denunce e notifiche che la legge prevede, per concludere con piglio “autorevole” che non si pagheranno riscatti.

Rendiamoci conto che circa 60 gigabyte di dati sono usciti da un archivio indisturbati e l’attuale diffusione ne costituisce una percentuale minima. Come se nulla fosse. Come se il GDPR con le sue misure di sicurezza non esistesse e quanto emergerà dalle indagini della Polizia Postale potrà solo aiutarci a comprendere l’entità dell’inadeguatezza.

Del resto, la protezione dei dati personali è una scocciatura burocratica. La cybersecurity roba da nerd. La formazione dei dipendenti costa troppo.
Un Paese che oggi non investe nel proteggere se stesso è destinato a gonfiarsi di storytelling prima di rendersi conto della sua reale e attuale arretratezza.

Ma sarà (e forse è già) troppo tardi, perché come ha dichiarato Mogol commentando l’accaduto “è tutta colpa di quel dio pasticcione che è l’uomo”.

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