Storica sentenza in USA: Meta e Google creano dipendenza tra i giovani. Quali scenari per l’Europa? Le parole dell’esperto

La recente sentenza statunitense che ha condannato Meta e Google al pagamento di una multa per essere stati all’origine di una dipendenza di una (allora) minorenne, rappresenta un passaggio cruciale nel rapporto tra diritto e piattaforme digitali, con particolare riferimento alla tutela dei minori online. Il caso apre scenari rilevanti anche in Europa, confermati dalle recenti prese di posizione di Spagna, Francia e Regno Unito che hanno introdotto limiti e nuove regole per l’accesso ai social da parte dei più giovani.

Sul punto è intervenuto l’Avv. Andrea Lisi, che in un’intervista curata da Fondazione Leonardo ha analizzato le implicazioni giuridiche del caso, offrendo una chiave di lettura interpretativa utile per comprendere le possibili ricadute nel contesto europeo e italiano.

Il caso e l’opinione dell’esperto

Gli USA hanno condannato Meta e Google a risarcire con 3 milioni di dollari una donna, oggi ventenne, che aveva accusato i due big player di essere all’origine della sua dipendenza dai social network sviluppata in giovane età. Secondo l’accusa, alcune caratteristiche dei social sono state progettate consapevolmente per creare dipendenza e mantenere gli utenti attivi in piattaforma il più a lungo possibile. Sono stati indicati come dannosi, inoltre, anche strumenti come i filtri per modificare le foto, responsabili di amplificare i problemi legati al rapporto con il proprio corpo e il proprio aspetto. Nonostante la difesa abbia sostenuto che i social media sono progettati per creare semplice engagement e non dipendenza patologica, l’epilogo del caso ha segnato una svolta epocale nell’uso delle piattaforme da parte dei minori. Come sostenuto dall’Avv. Andrea Lisi, in realtà la vicenda è lo specchio di qualcosa di molto più profondo, specialmente sotto il profilo della responsabilità, che riconduce alla teoria del “contatto sociale qualificato”. Secondo Lisi, nelle relazioni in cui una parte “forte” genera affidamento (come nel caso delle piattaforme social nei confronti degli utenti, soprattutto minori) emerge un dovere rafforzato di protezione, trasparenza e tutela. Sottolinea, inoltre, che sarebbe opportuno aprire un dibattito sulla possibilità di attribuire ai gestori dei social una responsabilità che prescinda dalla violazione diretta di norme o contratti, fondandosi invece sull’obbligo di prevenire fenomeni come la dipendenza digitale.

Possibili scenari e soluzioni

Alla luce di quanto emerso, non sono escluse conseguenze sul piano normativo: l’Avv. Lisi, infatti, richiama l’attenzione sul rischio di una frammentazione normativa in Europa e sulla necessità di evitare che la tutela dei minori venga strumentalizzata per legittimare forme di “capitalismo della sorveglianza”. Una regolamentazione più rigida, come ad esempio l’introduzione di limiti d’età (da parte di Spagna e Francia), per quanto condivisibile, può risolvere i problemi solo in parte: diverso sarebbe investire nell’alfabetizzazione digitale di genitori e minori, per accrescere consapevolezza fin dalla radice. Senza considerare un altro aspetto fondamentale: sentenze di questo tipo, da sole, non sono sufficienti a incidere sui modelli di business delle grandi piattaforme che tendono a cambiare solo in presenza di forti pressioni economiche.
L’augurio, dunque, è che una decisione di questo tipo possa generare un effetto domino, dal quale, forse, potrebbe derivare il vero cambiamento.

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