L’avv. Andrea Lisi propone delle brevi riflessioni nate da una colazione con due Amici, Alessandro Longo e Giovanni Ziccardi, intervistati qualche giorno fa su Rai1, sui rischi di furto di identità.
L’intervista riguarda un recente fatto di cronaca che vede protagonista un giovane esperto informatico torinese, vittima di furto d’identità. La riflessione dell’Avv. Lisi si spinge oltre i timori destati da una notizia così allarmante, oltre la retorica “dell’ignoranza informatica” tradizionalmente attribuita ai cittadini e i pericoli ontologici del digitale, per soffermarsi piuttosto i continui passi di gambero compiuti dal nostro Paese.
Di cosa dobbiamo aver davvero paura
Il fatto di cronaca, più che i pericoli e i problemi legati al digitale, ci dimostra invece -e ancora una volta- quanto dovremmo temere l’arretratezza del nostro Paese in fatto di digitalizzazione. Per quanto eclatante ed emblematico, il caso del giovane torinese non è effettivamente legato tanto alla sicurezza informatica in astratto, ma è piuttosto espressione diretta della “digitalburocrazia” che da tempo caratterizza in modo avvilente il nostro Paese.
Furto d’identità: l’Italia tristemente al vertice delle classifiche
Nel nostro Paese abbiamo SPID, CIE, CNS, la nuova CIEId, un’Agenzia Nazionale di Cybersicurezza…insomma, tutto ciò che ci serve per vivere digital felici, ma nei fatti restiamo profondamente (e tristemente) analogici. Anzi, peggio, siamo irrimediabilmente ibridi.
Come mai attraverso l’utilizzo fraudolento di una semplice copia analogica di carta di identità è consentito ancora oggi a un criminale (piuttosto tradizionale e senza la necessità di possedere particolari “cybercompetenze”) di commettere una moltitudine di crimini informatici a danno di ignari cittadini, in un Paese che dovrebbe da tempo essere retto dal Codice dell’amministrazione digitale? Chiediamocelo una buona volta.
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