Il paywall è un filtro che blocca l’accesso ai contenuti di una testata online, riservati a chi sottoscrive un abbonamento. Negli ultimi giorni molti giornali online hanno ricorso a un’alternativa. Chi non intende sottoscrivere un abbonamento può prestare il proprio consenso all’installazione di cookie wall e altri strumenti di tracciamento dei dati personali. A seguito di numerose segnalazioni, il Garante privacy italiano interviene per far luce su tali richieste di consenso avanzate da alcuni giornali online.
Ne parla l’Avv. Andrea Lisi in un’intervista rilasciata a Cybersecurity360.
Di seguito, il testo integrale delle riflessioni condivise dall’Avv. Andrea Lisi, nel corso dell’intervista rilasciata alla redazione:
Senz’altro sta facendo bene il Garante a interessarsi di (cookie) paywall applicati ai nostri dati personali, perché ormai molte testate li stanno utilizzando per gestire l’accesso ai loro contenuti digitali. Ma occorre fare chiarezza, perché chiarezza ad oggi non c’è e ci sarebbe da interrogarsi sullo stesso senso delle nostre attuali preoccupazioni sull’utilizzo odierno di tali sistemi.
Faccio riferimento ovviamente a tutti quei sistemi che consentono l’accesso a determinati contenuti di un sito web solo previo abbonamento o, come successo in questi giorni con Il Fatto Quotidiano, la Repubblica e HuffPost (e probabilmente altri editori), solo dopo che l’utente abbia accettato tutti i cookie (evidentemente, non solo quelli tecnici, ma anche quelli di profilazione e di terze parti) di fatto, riconoscendo un valore economico e, dunque, monetizzando i dati personali degli utenti. È stato tutto portato avanti effettivamente in modo un po’ grossolano, oserei dire goffo, e questo la dice lunga sullo stato della “privacy” in Italia…
Occorre però essere anche chiari e schietti su questi argomenti “tabù”, perché da una parte non ci stupiamo più se Alexa ci dà la sensazione di spiarci, o se Google o Facebook ci consigliano il prodotto di cui stavamo discutendo con amici un minuto prima, e magari accettiamo allegramente app come deep face (o ci innamoriamo di video deepfake), e dall’altra parte abbiamo favorito spensieratamente il più potente ecosistema economico che si mantiene e manutiene a livello internazionale sulle nostre identità digitali e i nostri dati personali.
Insomma, ha davvero senso oggi storcere il naso o bacchettare un editore del web che si comporta in modo un po’ grossolano, come una Wanna Marchi del digitale, mentre – lo ripeto – parte del mondo si serve di sistemi sofisticatissimi di profilazione e manipolazione di massa?
Forse il Garante italiano (ma sarebbe meglio se poi questa questione possa essere portata sui tavoli europei) potrebbe cogliere quest’occasione per ”illuminare la strada” con un’interpretazione evolutiva, che tenga conto di tutto il quadro normativo europeo.
D’altra parte, già Giovanni Buttarelli, nel suo ruolo di Garante europeo, nel parere 2016/C 463/10, aveva chiaramente fatto luce su questa ipocrisia e auspicando maggiore trasparenza sulla monetizzazione dei dati degli utenti.
Quindi, o con nettezza a livello europeo rendiamo totalmente illegittimi (ammesso che sia possibile) certi servizi divenuti ormai essenziali per la nostra sopravvivenza digitale (e che a loro volta sopravvivono mercificando in modo poco trasparente le nostre esistenze) oppure favoriamo (e pretendiamo) da TUTTI trasparenza e gestione “interessatocentrica” del dati personali, autorizzando anche monetizzazioni consapevoli dei dati personali degli utenti di servizi.
L’economia digitale è infatti anazionale e non si possono indirizzare logiche molto garantiste solo da una parte e poi accettare che il resto del mondo faccia tutt’altro su un territorio che è per sua natura – appunto – senza confini. Certe battaglie che si portano avanti con genuino attivismo digitale in questi giorni, tra cui la lotta un po’ talebana verso Google Analytics, mi fanno sorridere amaramente.
Peraltro sulla monetizzazione dei dati c’è anche evidente ambiguità normativa e, nella stessa Europa, coesistono approcci e comportamenti profondamente diversi. Forse questi stessi editori che oggi sbeffeggiamo un po’ schizzinosamente avrebbero meritato maggiore chiarezza, almeno per comprendere se politiche di monetizzazione dei dati personali degli utenti portate avanti in modo certamente più chiaro e lineare, quindi, trasparenti e granulari nella gestione dei consensi, siano da ritenersi consentite nel nostro Paese (e in Europa) oppure debbano ritenersi (magari per tutti) assolutamente vietate.
Credo che meritiamo tutti maggiore chiarezza e magari un pizzico di coraggio in più.