Il Web tra censura e libertà di informazione: cosa sta accadendo?

Come ci si ripara dal vento della protesta e del dissenso? Per molti governi – più o meno autoritari – la censura è stata per secoli l’unica soluzione possibile, perché occultare è sempre più facile che argomentare. Paradossalmente, anche nel mondo dei social questa sembra l’unica soluzione possibile, mentre il web sembra aiutarci a percorrere la strada della democratizzazione , dove potenzialmente ogni persona può avere “una voce” che prima non poteva (o non sapeva di poter) avere.

Ma che significato assume (e fin dove si spinge) il concetto di libertà personale nella rete?

 

Riflessioni sulla libertà di partecipazione (e di informazione)

Il web è solo apparentemente il regno della democrazia illimitata, ma realmente esistono dei limiti per il raggiungimento della “vera libertà”, uno tra tutti i diritti di proprietà (e gli interessi) che si celano dietro gli stessi spazi incontaminati dei quali (pensiamo) di essere padroni. Stiamo attraversando in realtà un’età di mezzo, una sorta di medioevo tecnologico in cui la comprensione dei fenomeni sociali – seppur sotto gli occhi di tutti – non è così immediata:  occorre “decodificare” alcuni meccanismi insiti nel web. La strada è ancora lunga da percorrere, specie per l’educazione dei digital natives, nei decenni a venire.

Ed è proprio le capacità di interpretare e decodificare sono necessarie in un’era digitale in cui la scrittura è destinata a perdersi tra le fitte maglie della rete, allontanandosi, spesso, dall’intenzione dell’autore, circostanza causata da diversi fattori.  La parola è destinata all’esagerazione, trasformandosi spesso in forme aberranti che vanno ad alimentare le fake news e il pregiudizio.

Diviene quindi importante gestire con attenzione il potenziale della libertà di espressione, prevenendo veri e propri atti di censura. È ciò che accade attraverso i meccanismi di TikTok o Facebook, con contenuti alla portata di milioni di persone.

 

La censura di Tik Tok (e non  solo)

Lo scorso anno, una ragazza americana, Feroza Aziz, era riuscita ad aggirare la censura del governo cinese, pubblicando su TikTok un finto tutorial, nel quale in realtà denunciava la repressione della Cina in danno della minoranza mussulmana degli uiguri. Ma quello della Cina non è un caso isolato.

Esistono situazioni analoghe, che riguardano addirittura la censura di parole chiave ritenute non adeguate, come ad esempio tutti i contenuti strettamente correlati alle comunità lgbt+.  La cosa più grave è che tale attività di censura è avvenuta in Paesi dove l’omosessualità non è illegale: ne sono un esempio le traduzioni della parola “gay” in russo, arabo, ucraino, bulgaro, kazako, estone e bosniaco, palesemente oscurate.

Anche la politica rimane un tema caldo, spesso oggetto di oscurantismo da parte delle potenze mondiali, in primis dalla Cina che ha rimosso il video di un utente che ironizzava sulla gestione dell’emergenza sanitaria in corso.  Altri utenti sono stati bannati mediante l’algoritmo di TikTok in caso di video a contenuto marcatamente politico: un atteggiamento, pseudo-medievale e per nulla trasparente.  Nonostante Pechino sia tra le città più digitalizzate al mondo, la Cina continua a vivere compulsivamente il proprio rapporto con la rete, riflettendo il contrasto tra la potenza dittatoriale e quella economica. Paradossalmente la società cinese rimane una delle più censurate.

 

Facebook e il negazionismo dell’Olocausto

Anche il colosso di Facebook, su espresse dichiarazioni del fondatore Mark Zuckerberg, ha assunto una posizione di censura nei riguardi del negazionismo: è stato reso noto infatti che sulla nota piattaforma circoleranno solo fonti autorevoli e constatate sull’argomento della Shoah.

Una decisione apparentemente incontrovertibile e universalmente “giusta”, poiché nettamente contraria ad ogni forma di fake e di incitamento all’odio. Tuttavia, Facebook torna ad adottare una qualche forma di censura e dunque di selezione nei riguardi dei contenuti liberamente immessi all’interno della piattaforma, dimostrando ancora una volta, di dettare legge, in uno spazio ormai divenuto “pubblico”.

 LEGGI – L’approfondimento a cura di A. Lisi

 

La virtù sta nel mezzo (della rete)

Forse occorre già invertire la rotta, rovesciando il tratto autoritario, dogmatico e gerarchico che internet sta pian piano assumendo, nonostante l’apparente ed illimitata libertà che gratuitamente offre ai suoi utenti, smascherando alcuni processi pseudo-medievali, che ne sono attualmente alla base.
“In medio stat virtus” , è il giusto compromesso, in realtà, sarebbe quello della responsabilizzazione di ogni utente in relazione all’utilizzo degli strumenti a sua disposizione.

Altrimenti si rischia di vivere una forma illusoria di libertà.

Lo ho-BIT - Una digicrazia inaspettata

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