Reato di molestia ex art. 660 c.p.: Facebook come “agorà virtuale”

di Saveria Coronese


La I Sezione Penale della Corte di Cassazione, investita da un
ricorso per molestia e disturbo alle persone ai sensi dell’art. 660 c.p., si
pronuncia per la prima volta sulla concezione di “spazio pubblico” abbinata al
social network Facebook, in particolare distinguendo fra la pagina pubblica del
soggetto iscritto e la sua casella privata.

 

Il caso prende origine da un’attività molesta perpetrata da un
soggetto nei confronti di una donna, consistente nel dispensarle ripetuti
apprezzamenti verbali, volgari e indecenti, presso la redazione giornalistica dove
la vittima prestava la sua attività lavorativa e nell’invio, sulla pagina
Facebook di quest’ultima, di messaggi altrettanto poco lusinghieri e a sfondo spiccatamente
sessuale.

 

In una prima pronuncia il Tribunale di Livorno aveva assolto il soggetto
accusato di molestia, ritenendo il fatto non sussistente per due diverse
ragioni: la prima riguardava la non riconducibilità degli uffici di redazione
al concetto di “luogo pubblico o aperto al pubblico”, mentre la seconda ragione
era imperniata sull’impossibilità di considerare l’invio di messaggi attraverso
l’indirizzo di posta elettronica come una delle fattispecie integranti il reato
in questione, in quanto le e-mail non sono equiparabili alle comunicazioni
telefoniche, sia per la differente natura e invasività del mezzo, sia in
ossequio del principio di legalità (in particolare, la perpetrazione della
condotta attraverso il telefono, come richiesto dall’art. 660 c.p. per la
configurazione del reato di molestie è richiesta in alternativa al luogo
pubblico o aperto al pubblico). 

 

La Corte di Appello di Firenze aveva sovvertito la sentenza di
primo grado, innanzitutto affermando la colpevolezza dell’imputato e, in
secondo luogo, sostenendo che la redazione di un giornale ben si poteva considerare
come un luogo aperto al pubblico, essendo un ufficio privato al quale avevano
accesso allo stesso modo i dipendenti e gli estranei che portavano notizie o
chiedevano la pubblicazione di annunci. Parallelamente, la Corte d’Appello
aveva rilevato che nel caso in esame i messaggi denigratori erano stati inviati
alla persona offesa non semplicemente tramite la posta elettronica del
soggetto, ma tramite Facebook, sfruttando cioè “una social community aperta e
accessibile a tutti”.

La vittima, infatti, per poter evitare la comparsa dei suddetti
disdicevoli messaggi sulla sua pagina aveva dovuto bloccare l’accesso di
quell’utente, procedura che però può essere messa in atto inevitabilmente dopo
che i messaggi sono comparsi e sono stati visualizzati dagli altri utenti.

 

Sulla vicenda, la Suprema Corte si è pronunciata
definitivamente, in particolare soffermandosi sulla natura di Facebook e valutando
il social network come luogo aperto e accessibile da qualunque utente della
rete, pertanto da includersi nella nozione di “luogo aperto al pubblico”
,
benché virtuale. Ad avviso della Suprema Corte, in particolare, Facebook
costituisce “una piazza immateriale che consente un numero indeterminato di
accessi e di visioni, resa possibile da un’evoluzione scientifica, che certo il
legislatore non era arrivato a immaginare. Ma che la lettera della legge non
impedisce di escludere dalla nozione di luogo e che, a fronte della rivoluzione
portata dalle forme di aggregazione e alle tradizionali nozioni di comunità
sociale, la sua ratio impone anzi di considerare
“.

 

Purtroppo, a causa dell’avvenuta prescrizione del reato
contravvenzionale contestato, non è stato possibile un approfondimento delle
modalità con cui questo è stato compiuto.

Specificare se l’invio dei messaggi sia avvenuto verso la pagina
pubblica della donna oppure sulla sua casella privata comporta delle differenze
non di poco conto nella riconduzione della fattispecie all’art. 660 c.p., in
quanto solo nel primo caso la molestia sarebbe caratterizzata dal requisito
della pubblicità.

 

Nonostante ciò, con questa sentenza è stato compiuto un grande
passo in avanti nel corretto inquadramento di reati simili a quello esaminato e,
vista la moltitudine degli utenti iscritti a Facebook, certamente non si dovrà
attendere molto prima che una fattispecie simile sia esaminata dalla Suprema
Corte.