Nei fatti: restiamo a casa. In diritto: chi si ferma è perduto!

Il velo rosso di emergenza che è sceso in queste ore sul nostro Paese per governare il pericolo COVID -19 in ambito sanitario rischia di appannare la corretta applicazione delle procedure in materia di autocertificazione regolate per legge con riferimento espresso al D.P.R. n. 445/2000.

Con l’adozione delle limitazioni per gli spostamenti delle persone, di recente estese a tutto il territorio nazionale, il decreto Conte ha inteso motivare la fondatezza di possibili esigenze dei singoli a dover circolare relativamente ad urgenze di lavoro, a condizioni dettate da necessità e salute e per opportunità di rientro al domicilio, alla abitazione, alla residenza.

 

L’emergenza e i princìpi di legge

La normativa richiamata che fa riferimento al T.U. del 2000, ben nota a tutti, permette al cittadino, nei casi che sono tassativamente determinati per legge, di potersi sostituire alla P.A. in nome della semplificazione documentale utile a snellire e decongestionare la macchina burocratica.

Il soggetto, dichiarando in prima persona, esercita il potere di autocertificare così riconosciuto e il valore del contenuto versato nell’atto sarà pieno e pari a quello di una certificazione prodotta e rilasciata dall’ufficio pubblico competente.

Tale speciale equiparazione di poteri merita un avvertimento espresso in fatto di responsabilità consequenziali di natura civile e penale gravanti sul soggetto in caso di dichiarazione non veritiera.

Il ministero ha diffuso, per ulteriore facilitazione a vantaggio dei cittadini, anche un modello di autocertificazione già predisposto da poter scaricare e stampare o, eventualmente, ricopiare al fine di dirsi già muniti alla richiesta eventuale operata dalle forze dell’ordine.

 

Si tratta di “autocerificazione” tout-court?

Venendo all’esame dell’atto messo a disposizione, puntualizzando che ci si riferisce qui al primo atto circolato in rete a cui poi si è successivamente affiancato un secondo modello, si osserva che reca nel titolo “Autodichiarazione ai sensi degli artt. 46 e 47 del D.P.R.  28 dicembre 2000 n. 445” dove il soggetto che viene ad identificarsi con le sue generalità assume di “dichiarare sotto la sua responsabilità”.

Ma in calce all’atto, con non poco stupore, l’autocertificazione finisce per diventare un vero e proprio “verbale di accertamento” e, di conseguenza, anziché prevedere la (sola) firma del dichiarante completandosi con giusta allegazione di un documento di identità, come si dovrebbe correttamente per autocertificare, il modello reca un riferimento all’attività di controllo svolta (data, ora e luogo) e termina con indicazione di una sottoscrizione doppia: quella del dichiarante ab origine e quella, nuova e inaspettata, dell’operatore di Polizia.

 

Un modello ambiguo. E non chiamatela “autocertificazione”.

Anche a far salvi i punti di vista più tolleranti in considerazione della eccezionalità e criticità del momento in cui si versa, da giuristi, si ha il dovere di fermarsi a riflettere.

Lo spirito prevalente non è certamente quello di additare eventuali imperfezioni stilistiche dell’atto ma, piuttosto, si tratta qui di avere a cuore la stessa attività posta in essere dalle istituzioni in un momento così grave al fine di preservarla anche negli effetti che resterebbero giuridicamente compromessi sia nell’immediatezza sia nelle operazioni successive previste dalla procedura che renderebbe insanabilmente vani i principi stessi richiamati.

Al di là della più spiccata operatività che ci aiuti in queste ore non va perso di vista l’ambito di riferimento riconducibile al diritto amministrativo poiché di un atto amministrativo qui si tratta.

Proprio a motivo di quanto affermato non può e non deve essere impoverita la portata giuridica e il valore amministrativo della dichiarazione di cui discutiamo e che rappresenta un atto la cui validità non si esaurisce nel presente di un’operazione di riscontro, ma che é, anche e soprattutto, un anello necessario e fondamentale per le procedure successive da attuare. Questo é da tenere in considerazione per poter di fatto adempiere alle opportune verifiche che la legge prescrive.

In breve: l’atto di autocertificazione è “sempre” rimesso al dichiarante nell’aspetto della sua redazione e sottoscrizione poiché rimane un “atto personale” di cui l’autore si carica di ogni responsabilità civile e penale secondo le previsioni di legge. E non potrebbe essere altrimenti.
Quello che non risulta chiaro qui é perché sullo stesso atto ci sia anche apposta la firma dell’agente di polizia. Non è un semplice dettaglio, ma un particolare grave e fuorviante.

Considerata la natura di atti amministrativi, con l’apposizione della firma in calce da parte dell’agente si darà piena “ufficialità” a una dichiarazione altrui che il principio di autocertificazione non prevede e non vuole.
Si perde di senso giuridico (e anche logico) andando contro gli stessi principi ispiratori della semplificazione che nella ratio del legislatore hanno l’intento di snellire e mai di deresponsabilizzare e svilire.

La criticità insanabile risalta proprio con l’apposizione della firma dell’agente di polizia che conferirà un “valore di accertamento” all’atto rivestendolo di dignità di “verbale di accertamento” e attribuendogli natura di atto amministrativo.

L’autore di una dichiarazione, a tutti gli effetti, di natura privata vedrebbe le sue parole arricchite di valore pubblico! Chi, di conseguenza, potrebbe mettere in discussione tali atti secondo i principi chiari e vigenti per l’autocertificazione? Non si può mettere in discussione ciò che un pubblico ufficiale ha già di fatto accertato. Non é possibile per legge.

Gli atti dei pubblici ufficiali possono mettersi in discussione solo con querela di falso. La persona interessata, ovvero il dichiarante, non sarà certamente interessato a fare querela di falso. È sarà da dubitare che il Pubblico Ministero possa procedere contro lo stesso agente di polizia con un’iniziativa penale per poi riuscire a punire consequenzialmente i responsabili di eventuali dichiarazioni mendaci. A voler pensare bene e a voler ritenere che la firma dell’agente possa valere per “ricezione” dell’autocertificazione resa nemmeno in tale ipotesi l’atto predisposto dal ministero apparirà convincente perché, in tal caso, ciò andava specificato in chiaro ed era essenziale prevedere due atti uguali per ogni dichiarazione di cui uno restava alla polizia e uno alla parte dichiarante.

 

L’autocertificazione: fine del primo atto!

Forse qualche attore al ministero si sarà accorto che tra le mani dei cittadini era finito un ibrido giuridico con gravissime carenze non superabili secondo diritto.

Siamo già in emergenza e non sarebbe opportuno farne anche una tragedia di diritto.

Da dietro le quinte, a voci fuori campo spente e riflettori assenti, nelle ultime ore è entrato in scena un nuovo modello di dichiarazione messo a disposizione dei cittadini in versione scaricabile dal sito istituzionale. Di cosa si tratta? E il primo atto che fine fa?

 

Il secondo atto. Non è solo autocertificazione

Va premesso che al vecchio modello pare che nessuno abbia detto di non circolare più. È già stampato, magari anche compilato, già pronto e a disposizione dell’eventuale dichiarante di turno.

Secondo atto. Superata l’intestazione “Autodichiarazione ai sensi degli artt. 46 e 47 del D.P.R.  28 dicembre 2000 n. 445”  il soggetto che viene ad identificarsi con le sue generalità si assume la responsabilità per dichiarazioni mendaci al pubblico ufficiale. Qui l’art. 76 del D.P.R. si combina con il dettato dell’art. 495 c.p.

L’autocertificazione nella sua veste snella pare uscire di scena, anche se non ufficialmente, e ci troviamo di fronte ad altro. Concludendo, per le fattispecie esaminate alla luce dell’emergenza COVID-19 possiamo dire che “la tutela penale della fede pubblica deve intendersi estesa, oltre che ai connotati della persona che valgono in ogni caso ad integrare la sua identità o il suo status, anche ad ogni altro aspetto cui una determinata norma colleghi effetti giuridici”. (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 10123 del 12 marzo 2002)

Il modello redatto dagli organi di polizia nel corso dell’attività di controllo costituisce atto pubblico in quanto formato nell’esercizio di un potere autoritativo conferito dalla legge. Ne consegue che le dichiarazioni mendaci rese al pubblico ufficiale integrano gli estremi del reato di cui all’art. 495 c.p. (Cass. pen. n. 37868/2001)

 

Sicuri che non fossero già aperte altre strade di diritto?

A parte il pasticcio di improvvida commistione tra una natura di autocertificazione e quella di un verbale di polizia, che è bene che restino autonomi e diversi, siamo proprio certi che questa fosse l’unica strada segnata?
Il nostro è un Paese che, di tanto in tanto, va alla scoperta di normative già vigenti, che addirittura potrebbero già dirsi vecchie. È proprio questo che ha fermato la digitalizzazione in Italia fino ad oggi.

Nella sorte del momento una società improntata al digitale sarebbe risultata resiliente nella sua organizzazione o riorganizzazione. Nel caso in esame sarebbe bastato predisporre una soluzione ad hoc che consentisse agli agenti di polizia di raccogliere in via informatica le dichiarazioni dei soggetti costretti a circolare facendo corrispondere il valore intrinseco delle dichiarazioni rese a verbale alle giuste responsabilità previste per legge in caso di false attestazioni.

È chiaro che il documento informatico raccolto in un sistema custodito da una PA con dichiarazioni raccolte da un pubblico ufficiale ha valore di forma scritta fino a querela di falso. I presupposti c’erano tutti con la regolamentazione che ci appartiene già dagli anni ’90 ma, molto più di ogni virus veemente, con una grande e ingiustificata paura del digitale.

Confinarsi tra le mura domestiche o giustificare i propri movimenti non vuol significare dover prendere le distanze anche dal diritto. Al contrario proprio nelle situazioni di comprovata emergenza i principi sani diventano la via d’uscita sicura e irrinunciabile. 

 

Per l’immagine di copertina: si ringrazia Cyrielle Zillhardt