ISEE: ovvero quando autodichiarazione non fa rima con semplificazione

“Sta’ a vedere che mi imbroglio”: è questo ciò che canta la Cenerentola di Rossini, al Principe oramai di lei innamorato, dopo essersi accorta di aver fatto un’enorme confusione nel descrivere la propria storia e i gradi di parentela che la legano al patrigno e alle sorellastre.

E addirittura, per indicare che le fanciulle presenti in quel nucleo familiare sono tre, c’è bisogno di un servo del Principe che, estraendo una simil-pergamena, legge il dato “in formato cartaceo”.

Ma il tempo è passato e ai tempi nostri – anche se siamo ancora in trepidante attesa dell’anagrafe nazionale della popolazione residente – dei cittadini si sa quasi tutto: redditi, patrimoni mobiliari, patrimoni immobiliari, relazioni di parentela, negozi giuridici di vario tipo, partita iva, etc.

E allora perché, ai fini della produzione dell’ISEE (che, si ricorda, è lo strumento per l’ottenimento di una prestazione sociale agevolata), anziché far colloquiare le numerose banche dati della pubblica amministrazione, si chiede loro di autodichiarare ciò che potrebbe essere acquisito d’ufficio?

“Sta’ a vedere che mi imbroglio” parrebbe essere il lamento del cittadino-Cenerentola che, invece che in mezzo a stracci e polvere, possiamo immaginare sommerso da carte e cartacce (estratti conto, saldi, giacenze medie, rendite catastali, rogiti, dichiarazione dei redditi…) alla ricerca di dati che, ai fini ISEE, devono essere oggi autodichiarati.

È vero che, in seguito alla riforma dell’indicatore e all’adozione del DPCM 159/2013, in presenza di dichiarazione fiscale (mod. Unico o 730) i redditi censiti nella banca dati dell’Agenzia delle Entrate sono acquisiti d’ufficio, così come i trattamenti corrisposti da INPS.

Ma lo sforzo finisce qui.

Rimangono esclusi molti dati che devono essere autodichiarati, come la determinazione del nucleo familiare ISEE (per nulla banale poiché diverso in ragione della prestazione richiesta), la valorizzazione ai fini IMU del patrimonio immobiliare, il saldo e la giacenza media dei propri risparmi, i redditi esenti, il patrimonio posseduto all’estero, il patrimonio netto della propria impresa, etc. Per un mero errore nell’indicazione del valore di uno di questi dati si può conseguire una sanzione amministrativa da 500 a 5.000 euro (ai sensi dell’art. 38 DL 78/2010 convertito con L. 122/2010 e modificato con l’art. 16 DL 5/2012 convertito con L 35/2012).

E non si creda, con lo scopo di sottrarsi all’ammenda, di poter attribuire la colpa al CAF o al professionista abilitato, che in questo caso, a differenza che nella dichiarazione dei redditi, non ha alcuna responsabilità su ciò che, ai sensi del DPR 445/2000, il cittadino dichiara.

Certo l’INPS, in fase di calcolo dell’ISEE, qualora si accorga di una “omissione/difformità” nella dichiarazione sostitutiva unica (un dato presente nella banca dati dell’Agenzia delle Entrate diverso da quello indicato in DSU) ne dà conto, in calce all’attestazione, alla voce “Annotazioni”.

Una ragione in più, questa, per sostenere che il dato dovrebbe essere acquisito d’ufficio. Perché lasciare l’onere della correzione al cittadino se il dato è già identificato da una pubblica amministrazione?

Ma a tale paradosso se ne aggiunge un altro: sempre nell’attestazione, nel caso in cui l’omissione o difformità riguardi un rapporto finanziario, l’INPS informa che “la documentazione va richiesta esclusivamente all’intermediario finanziario che ha comunicato i rapporti finanziari all’Agenzia delle Entrate”, “sbattendo” così la porta in faccia a chi, semplicemente, voglia capire meglio la natura del rapporto contestato.

Insomma, se vera semplificazione si vuole perseguire, sarebbe certamente meglio muoversi nella direzione dell’interoperabilità tra banche dati della PA, esautorando il cittadino dall’onere di autodichiarare dati noti e censiti, lasciandogli unicamente la possibilità di intervenire in caso di errori nell’acquisizione diretta.

Ciò avrebbe certamente un duplice vantaggio: da un lato si eviterebbe di vessare chi, in buona fede, commette un errore. Dall’altro si risolverebbe a monte il problema delle dichiarazioni volutamente mendaci, con un effetto positivo per tutti coloro che richiedono una prestazione sociale agevolata.