Accesso “tradizionale” e “generalizzato”: quale scegliere?

Secondo quali presupposti il cittadino può avere accesso a dati e documenti detenuti dalla pubblica amministrazione?

L’introduzione del FOIA (Freedom of information Act contenuto nel D.Lgs. 97/2016, correttivo del D. Lgs. 33/2013, ai sensi della L. 124/2015) ha comportato l’introduzione di una serie di novità nei rapporti tra PA e cittadino, in particolare per quanto concerne la facoltà di accesso a dati e informazioni in capo a quest’ultimo, estesa non più ai soli documenti che devono essere resi pubblici in adempimento a determinati obblighi o messi a disposizine dell’istante che faccia una richiesta di accesso documentale.
Sulle differenze tra accesso civico generalizzato e accesso documentale si è discusso a lungo e spesso si continua a percepire una certa confusione sull’argomento anche a livello giurisprudenziale. Il recente pronunciamento del TAR Puglia con la sentenza 242/2019, ha offerto una nuova occasione di confronto sul tema.

Il fatto riguarda una richiesta di accesso agli atti presentata presso il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Direzione  Centrale  per le Risorse Umane – Servizio Sovrintendenti, Assistenti ed Agenti, da parte di un Assistente capo della Polizia di Stato in servizio presso la Sezione della Polizia Stradale di Lecce al fine di “acquisire informazioni in ordine al numero dei dipendenti, in servizio presso la Questura di Lecce e presso i vari reparti  salentini”.

L’istanza ostensiva, presentata a seguito della revoca di un trasferimento di sede subita dal richiedente M.F., è stata prontamente bollata come “non accoglibile” dal Dipartimento, per difetto di formulazionedal momento che, come espressamente previsto dalla norma in materia di accesso ai documenti amministrativi, l’accesso è finalizzato a consentire al privato richiedente, che ne abbia interesse, la conoscenza   di  un  atto fisicamente esistente e puntualmente individuato negli archivi dell’amministrazione, senza che quest’ultima debba porre in essere attività di elaborazione di dati e documenti in suo possesso” ed inoltre, proseguendo con un richiamo all’art. 5, co. 2, del D.P.R. n.184/2006, “il richiedente deve indicare gli estremi del documento oggetto della richiesta ovvero gli elementi che ne consentano l’individuazione”.

Il richiedente ha ritenuto pertanto di presentare ricorso, appellandosi alle finalità pubblicistiche dell’accesso civico generalizzato che incoraggia l’accesso quale strumento in grado di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche e di promuovere la partecipazione al dibattito pubblico.

Tuttavia, nel caso di specie, la richiesta aveva non già lo scopo di perseguire finalità “pubblicistiche”, esercitando quindi una forma di controllo sulle funzioni istituzionali del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, ma semplicemente quello di tutelare la personale posizione del richiedente, che di fatto si è appellato agli istituti giuridici sbagliati. Il TAR ha infatti confermato come l’istanza ostensiva presentata dal richiedente debba essere esaminata ai sensi della Legge n.241/1990, esulando la stessa dal campo di applicazione dell’accesso civico generalizzato.

A tal riguardo è utile precisare che accanto all’accesso ai documenti “tradizionaleex lege 241/1990, che garantisce l’esercizio di tale diritto solo a condizione che la richiesta provenga da un soggetto che abbia un interesse legittimo, ossia “tutti i soggetti privati, compresi quelli portatori di interessi pubblici o diffusi, che abbiano un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso” (come previsto dall’art. 22 della Legge 241/1990), si è dapprima affiancato l’accesso civico c.d. “semplice”, imperniato su obblighi di pubblicazione gravanti sulla pubblica amministrazione e sulla legittimazione di ogni cittadino a richiederne l’adempimento, e da ultimo l’accesso civico “generalizzato” previsto dal comma 2. art. 5 del D.Lgs.33/2013 azionabile da chiunque, senza previa dimostrazione circa la sussistenza di un interesse particolare che legittimi l’accesso ai dati e alle informazioni attraverso cui accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, ulteriori rispetto a quelli oggetto di pubblicazione obbligatoria.

Alla luce di quanto esposto emerge con chiarezza come l’istanza debba essere esaminata ai sensi della L. 241/1990 così come ribadito nella conclusione (esemplare) della sentenza:  “Del resto, a meno che non si voglia dare un’interpretazione così estensiva da risultare abrogativa della L.241/1990, la disciplina dell’accesso civico generalizzato prevista dal comma 2 dell’articolo 5 del D.Lgs. n. 33/2013 non può che essere interpretata come del tutto alternativa alla disciplina di cui alla L. 241/1990 e azionabile, da chiunque, solo in caso di un interesse alla legittima azione amministrativa e al suo controllo da parte della collettività e non nei casi in cui  venga, invece, azionata una pretesa del singolo per suo esclusivo e concreto vantaggio”.