Il web non riconosce differenza di genere – intervista all’Avv. Mario Montano

In una società che sta cercando di lottare contro la diversità in ogni campo, è giusto ricordare che anche il web e le sue “trappole” non dovrebbero far differenza. Un dato evidente che è emerso dallo sportello britannico rivolto al supporto e all’assistenza contro il revenge porn, rivela che il 27% delle domande è fatta da uomini.

Per approndire questo tema l’avv. Mario Montano, consulente dello Studio Legale Lisi in materia di Ict law, leggi l’intervista rilasciata al quotidiano la Verità che fa luce su questa tematica e sulle minacce celate nel web.

Avvocato, quanto è vasto il mondo dei pericoli digitali?

«Il fenomeno della violenza di genere può avere manifestazioni differenti: body shaming, flaming, revenge porn e altro. Situazioni complesse che coinvolgono la sfera personale di un individuo, la sua dignità e che, sotto il profilo giuridico, hanno un rilievo sia penale sia civile».

Sembra di intuire che si tratta di azioni gravi.

«I reati commessi attraverso pratiche di body shaming, flaming e hate speech vanno dalla diffamazione – aggravata se effettuata attraverso social network – alla violenza privata, allo stalking»

Cosa si rischia?

«Sul piano civilistico la violenza di genere che si concreta nella pubblicazione di immagini o video senza il consenso dell’interessato può compor[1]tare danno all’immagine, tutelato dalla Costituzione, dal codice civile, e dalla legge 633/1941, la quale, fra l’altro, prescrive che il consenso della persona ritratta può essere sempre revocato. Si configura poi, ai sensi del Regolamento Ue 679/2016, un trattamento illecito di dati personali, dal momento che la persona vittima di violenza non ha dato il proprio consenso alla pubblicazione delle immagini (che deve essere libero, non equivoco e informato), o se l’ha dato lo ha successivamente revocato».

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