È recente la notizia del raggiungimento di un accordo fra gli Stati Uniti e i Paesi del Pacifico (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam) per la creazione di un trattato di libero scambio commerciale basato su delle norme comuni. Il trattato in questione, chiamato Trans-Pacific Partnership (TPP), riguarda il commercio di una grande varietà di prodotti: dai prodotti alimentari ai medicinali derivanti da organismi viventi, dall’industria automobilistica a quella cinematografica, fino a disciplinare, anche, il commercio online delle merci, ossia l’e-commerce. Il trattato prevede, tra le altre cose, la riduzione o la cancellazione delle tasse doganali per il commercio tra i paesi coinvolti.
Questo trattato non riguarda, dunque, solo il commercio “materiale” delle merci, ma stabilisce anche le norme volte a disciplinare la cosiddetta digital economy. Il TPP contiene, infatti, un capitolo riguardante la disciplina dell’e-commerce, in cui si prospetta una libera circolazione dei dati, tenendo conto, però, dell’interesse pubblico, in modo da prevenire lo spam, proteggere la privacy e combattere la criminalità informatica. L’obiettivo è quello di creare un “commercio digitale” libero attraverso regole che consentano di avere un internet “free” e “open”.
Alcune organizzazioni per i diritti civili e digitali, però, hanno lanciato un allarme: secondo il loro punto di vista, il TPP metterebbe a rischio la privacy degli utenti internet e dei consumatori.
Secondo queste organizzazioni, la disciplina introdotta dal trattato avrebbe delle gravi implicazioni per la privacy online degli internauti e, in generale, per tutti i consumatori. Le politiche di protezione dei dati personali, come dichiarato da Peter Maybarduk del gruppo no-profit “Public Citizen”, potrebbero essere soggette a modifiche quando i dati stessi attraversano i confini nazionali.
Inoltre, a destare non pochi dubbi sono anche quelle norme relative alla gestione dei dati degli utenti e quelle in materia di localizzazione nazionale dei server. Secondo le organizzazioni che si oppongono al TPP, il trattato pone dei seri limiti alla legislazione nazionale, la quale, solitamente, impedisce la conservazione dei dati personali dei propri cittadini su server localizzati all’estero e, allo stesso modo, ne limita il trasferimento oltre i confini nazionali, permettendolo solo se strettamente necessario e se viene garantito un livello alto e idoneo di protezione dei dati. Solitamente, infatti, le legislazioni nazionali favoriscono la permanenza dei dati personali dei propri cittadini nell’ambito del territorio dello Stato, per evitare eventuali minacce alla privacy degli stessi nei casi in cui tali dati vengano trasferiti verso Paesi con un livello di tutela dei dati personali più debole.
Nel trattato si legge, infine, che la legislazione nazionale relativa alle materie disciplinate dal TPP potrà essere messa in discussione dagli altri Stati firmatari della Partnership attraverso l’instaurazione di un procedimento “giudiziario” davanti a un tribunale istituito ad hoc. È chiaro che, se tale previsione venisse attuata, molti degli impegni dei Paesi adottanti politiche di tutela nei confronti dei dati personali verrebbero meno e a rimetterci sarebbero sempre e solo gli utenti e i consumatori.