Tar del Lazio: trasparenza e anticorruzione anche per gli Ordini degli Avvocati

di Enrica Maio
Con la recente Sentenza n. 11391/2015 il Tar del Lazio si è pronunciato sul ricorso proposto da alcuni Consigli dell’Ordine degli Avvocati e dal Consiglio Nazionale Forense contro due delibere1  dell’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) con cui l’Autorità aveva ritenuto applicabili agli Ordini professionali, in via diretta e senza necessità di ulteriori atti applicativi, le Legge 190/2012 (Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione) e il Decreto Legislativo -c.d. Decreto Trasparenza- n. 33/2013.
Nella sentenza in esame, con cui hanno respinto il ricorso, i giudici amministrativi hanno stabilito che anche agli Ordini professionali si applica tutta la normativa inerente agli obblighi e agli adempimenti volti a prevenire la corruzione e che, come gli altri enti pubblici, anche tali Ordini devono provvedere alla predisposizione del piano triennale di prevenzione della corruzione e del piano triennale della trasparenza, nonché alla nomina del Responsabile della prevenzione della corruzione. Inoltre, essi devono adempiere agli obblighi di trasparenza di cui al D.Lgs. n. 33/2013 e osservare i divieti in materia di inconferibilità e incompatibilità degli incarichi.
Nella sentenza si legge, poi, che gli Ordini professionali in questione hanno natura pubblica grazie a un “diretto ed espresso riferimento operato dalla legge di riforma dell’ordinamento forense n.247/2012, coeva alla Legge Delega n.190/2012 in materia di contrasto alla corruzione”, e devono essere considerati, quindi, enti pubblici non economici.
Il Tar ha respinto anche le tesi dei ricorrenti secondo cui gli Ordini professionali avrebbero mera natura associativa, autonomia finanziaria ed esclusivo finanziamento mediante i contributi degli iscritti, mentre, come rilevano i giudici laziali, a prevalere è il fatto che una delle loro funzioni è anche quella di regolamentare la professione forense.
I giudici si sono espressi anche in merito alla mancata ricomprensione degli Ordini nel conto economico consolidato dello Stato – ovvero tra gli enti individuati dall’ISTAT ai sensi dell’art. 1, comma 3, della Legge di contabilità e di finanza pubblica n.196/2009 -, dichiarando che tale disposizione prevede un richiamo onnicomprensivo a tutte le amministrazioni dello Stato e ha natura tendenzialmente estensibile a ciascuno degli Ordini.
Infatti, come ha affermato il Consiglio di Stato nella Sentenza n.6014/2012, ai fini della ricomprensione nel conto economico è irrilevante che un ente si sostenti con la sola contribuzione di una data categoria di soggetti oppure attinga alla fiscalità generale.
Ciò che importa, secondo il Tar del Lazio, sotto il profilo qualificatorio, non è tanto che un ente sia, o non sia, ricompreso nel conto economico consolidato, ma è la destinazione pubblica delle risorse. Pertanto, il fatto che determinati enti siano finanziati esclusivamente da prestazioni patrimoniali imposte agli iscritti, non comporta necessariamente che tali risorse non abbiano finalità pubbliche. E proprio da tali finalità deriva l’interesse generale alla conoscenza del modo in cui dette risorse vengono impiegate e dei dati relativi ai soggetti che sono chiamati a impegnarle.
  1 nn. 144 e 145 del 2014
NOTA: il presente articolo è stato pubblicato su Pubblica Amministrazione 24 de Il Sole 24 ore al seguente link