La sottile linea rossa: videosorveglianza e la tutela della privacy. Ultimi risvolti

Recentemente, la Corte di Cassazione, Sez. 3, con sentenza n. 3255 del 2021 ha delineato nuove prospettive per i controlli difensivi in ambito lavorativo.

Il caso

Il titolare di una ditta esercente un’attività di commercio al dettaglio, aveva installato degli impianti video all’interno dell’azienda per il controllo a distanza dei dipendenti, senza aver raggiunto un accordo con le rappresentanze sindacali aziendali o aver ottenuto l’autorizzazione del competente Ispettorato del Lavoro. Veniva, pertanto, dichiarato colpevole del reato di cui agli artt. 4, commi 1 e 2, e 38, Legge 20 maggio 1970, n. 300 (c.d. Statuto dei Lavoratori) e condannato alla pena di 200,00 euro di ammenda.

1^ Questione: configurabilità del reato di cui agli artt. 4, commi 1 e 2, e 38, Statuto dei Lavoratori

La Suprema Corte s’interroga preliminarmente sulla sussistenza della fattispecie di reato prevista dal combinato disposto degli artt. 4 e 38, Statuto dei Lavoratori, a seguito delle riforme dell’art. 38 operate dall’art. 179, D.Lgs. 196/2003 (Codice Privacy) e dall’art. 23, D.Lgs. 151/2015, che hanno eliminato il riferimento all’art. 4. Il richiamo fatto dall’art. 171, D.Lgs. 196/2003, così come modificato dal D.Lgs. 101/2018 (Disposizioni per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento UE 2016/679) alle disposizioni dello Statuto dei Lavoratori appena citate conferma che la fattispecie oggetto del giudizio della Corte è penalmente sanzionata.

2^ Questione: L’evoluzione dei controlli difensivi

Nella sua originaria formulazione, l’art. 4, comma 1, vietava il ricorso a impianti audiovisivi o ad altre apparecchiature che avessero il solo scopo di controllare l’attività del lavoratore a distanza. Per andare incontro alle esigenze imprenditoriali, tuttavia, il successivo comma 2, ne consentiva l’installazione per esigenze organizzative e produttive, pur riconoscendo che tali strumenti potessero essere utilizzati per controllare a distanza i lavoratori. Di conseguenza, subordinava il ricorso ai predetti strumenti di controllo a un accordo fra il datore di lavoro e le rappresentanze sindacali o, in mancanza, all’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro.

È stata la giurisprudenza, negli anni, a elaborare la categoria dei cosiddetti controlli difensivi, diretti ad accertare le condotte illecite del lavoratore mediante l’utilizzo di strumenti di controllo a distanza.  Difatti, il divieto di cui all’art. 4, c. 1, Statuto dei Lavoratori, si applica esclusivamente ai controlli diretti o indiretti sull’attività lavorativa, restando, invece, del tutto legittimi e non condizionati al previo accordo sindacale o all’autorizzazione amministrativa quei controlli che hanno a oggetto l’accertamento di illeciti da parte del lavoratore. La riforma dell’art. 4, dichiara illegittimi i controlli difensivi. Stabilisce, infatti, nell’attuale formulazione che gli strumenti dai quali possa derivare la possibilità di controllo a distanza dei lavoratori, possono essere installati non solo per finalità produttive o organizzative, ma anche,  per tutelare il patrimonio aziendale, sempre previo accordo sindacale o intervenuta autorizzazione da parte del competente Ispettorato del Lavoro.

La Corte di Cassazione tuttavia, nella recente decisione non sembra rilevare una distinzione fra le due formulazioni e richiama le interpretazioni giurisprudenziali dell’art. 4, Statuto dei Lavoratori, al fine di confermare la legittimità dei controlli difensivi. Sebbene il reato previsto dal combinato disposto degli artt. 4 e 38 dello Statuto dei Lavoratori possa essere qualificato come reato di pericolo, essendo la fattispecie “diretta a salvaguardare le possibili lesioni della riservatezza dei lavoratori”, la sua configurabilità è esclusa quando il controllo ha avuto a oggetto esclusivo la tutela del patrimonio aziendale. Richiamando un orientamento giurisprudenziale più recente, infine, la Corte rileva, altresì, che le garanzie previste dall’art. 4, c. 1, dello Statuto dei Lavoratori, non si applicano quando i controlli diretti a tutelare il patrimonio aziendale sono stati adottati a seguito di un comportamento illecito da parte di uno dei lavoratori.

Le eccezioni al divieto imposto dall’art. 4, c.1, Statuto dei Lavoratori

Ad avviso della Suprema Corte il divieto imposto ai controlli a distanza dei lavoratori non deve essere inteso in senso eccessivamente ampio, poiché l previsione all’art. 4 non può applicarsi agli impianti installati che vengono utilizzati solo occasionalmente nell’attività del lavoratore. Infine, “non risponderebbe ad alcun criterio logico – sistematico garantire al lavoratore – in presenza di condotte illecite sanzionabili penalmente o con il licenziamento – una tutela alla sua persona maggiore di quella riconosciuta ai terzi estranei all’impresa[1].

Il bilanciamento dei diritti costituzionali e la tutela del lavoratore

La Corte si premura, tuttavia, ad operare un costante bilanciamento fra il diritto alla dignità e libertà del lavoratore e il libero esercizio dell’attività imprenditoriale. Per cui, non saranno legittimi i controlli difensivi attuati in maniera sistematica e non occasionale, tesi a tutelare il patrimonio aziendale in maniera continuativa e senza che vi sia un interesse attuale e concreto. Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto legittimi i controlli difensivi del ricorrente, dal momento che le telecamere erano puntate solo verso le casse e le scaffalature ed erano state installate a seguito del verificarsi di furti all’interno dell’esercizio commerciale, così come dichiarato dalla moglie del ricorrente.

I controlli difensivi e la normativa sulla protezione dei dati

Inoltre, il datore di lavoro deve sempre informare adeguatamente il lavoratore della presenza di strumenti di controllo a distanza, anche difensivi, e delle loro modalità d’uso, ai sensi dell’art. 13, GDPR.  In ossequio al principio di minimizzazione, inoltre, I dati personali raccolti attraverso tali strumenti devono essere limitati a quanto necessario rispetto alle finalità per le quali sono trattati e non possono essere conservati per un periodo superiore rispetto a quanto richiesto per il conseguimento delle finalità per le quali sono trattati. Nessuno spazio, dunque, per i controlli difensivi occulti, a meno che non vi sia un interesse concreto e prevalente del datore di lavoro a che lo strumento di controllo a distanza rimanga riservato, per non pregiudicare l’accertamento di gravi condotte illecite dei lavoratori.

Conclusioni

La Corte di Cassazione, con tale sentenza, ha declinato le tutele, nell’ambito della videosorveglianza, dei datori di lavoro al fine di evitare comportamenti illeciti da parte dei lavoratori pur rispettando la protezione dei dati personali.

 

[1]     Così Cass. n. 10636/2017

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