La licenza non accettata legittima il rimborso del Software

di Saveria Coronese 


La Corte di Cassazione, nella recentissima sentenza n. 19161
dell’11 settembre 2014 ha statuito in tema di vendita congiunta di hardware e
software, disponendo il rimborso per colui che non accetta le condizioni
generali di licenza d’uso del sistema operativo “in bundle” propostegli al
primo avvio del computer, consentendogli inoltre di trattenere l’hardware e
restituire unicamente il software oggetto della licenza non accettata.

Nella fattispecie in esame, faceva parte delle condizioni di
licenza d’uso la disposizione secondo la quale alla mancata accettazione di
tali condizioni generali sarebbero conseguiti la restituzione integrale del
prodotto, ossia hardware e software, e il rimborso del prezzo di acquisto.

In base a quanto sostenuto dalla difesa del venditore,
l’acquirente non avrebbe potuto restituire il solo software chiedendo il
rimborso del prezzo pagato esclusivamente per quel prodotto, ma avrebbe dovuto
restituire il bene unitariamente considerato perché “pur potendo reperire sul
mercato un pc privo di sistema operativo, scelse purtuttavia di acquistare il
notebook in oggetto ben sapendo che su di esso vi era preinstallato il software
[….] assoggettato a licenza
d’uso”. 

La Suprema Corte, al contrario, ha ritenuto che sia necessaria
una corretta interpretazione della volontà negoziale delle parti e, in
particolar modo, delle clausole del contratto di licenza dalle quali, secondo
il giudice di merito, si comprende che i due prodotti di hardware e software
sono distinti e scindibili, non sussistendo dunque ostacoli alla restituzione
del solo software.

Inoltre, la sentenza asserisce che nessun rapporto contrattuale
lega l’utente finale alla casa produttrice del software, visto che quest’ultimo
è stato preinstallato sul pc ad opera della casa che ha prodotto il notebook.
L’integrazione tra il computer e il programma persegue una finalità del tutto
commerciale e non un obbligo negoziale, ben potendo l’hardware in questione
utilizzare un differente sistema operativo.

Dopotutto, il software consiste in un’opera dell’ingegno
autonoma, singolarmente reperibile sul mercato e con un suo valore di catalogo
o listino-prezzi, tutti aspetti che non contribuiscono a renderla una
componente inscindibile del computer. 

Nemmeno si ravvisa l’esistenza di un collegamento negoziale tra
la compravendita e la licenza d’uso, che non è stata prettamente desiderata
dall’acquirente, più interessato alle caratteristiche tecniche dell’hardware
(sul valore delle quali è stato definito l’importo principale del prezzo) e, di
conseguenza, al contratto di compravendita.

Pertanto, non sarebbe corretto parlare di recesso quanto,
piuttosto, di mancata formazione del consenso dell’acquirente sull’acquisizione
del software e sulla licenza d’uso a esso riferita.

Queste sono le ragioni per le quali la Corte ha inteso rigettare
il ricorso, condannando il venditore alla rifusione delle spese relative al
giudizio di cassazione. 

Tale sentenza, dunque, potrebbe considerarsi “storica” dal
momento che, per un verso, riconosce al consumatore la possibilità di scegliere
liberamente quale software installare sul proprio pc
– a patto di non aver
accettato le condizioni di licenza d’uso presentate al primo avvio del computer
– e per un altro, contrasta le situazioni di potenziale monopolio che
potrebbero essere favorite dalla preinstallazione nel pc di un determinato
sistema operativo.