Ammalarsi di “tecnologia” ai tempi del Coronavirus

Nel periodo di lockdown abbiamo (ri)scoperto gli  innumerevoli vantaggi della tecnologia. Nuovi modi di interagire (e anche di accedere ai servizi di Istituzioni e la PA), nuove modalità di gestione del lavoro, nuove forme di comunicazione, celerità e immediatezza nello svolgimento delle attività.

Esiste però anche l’altra faccia della medaglia. Per quanto la tecnologia possa migliorare la nostra vita, non bisogna trascurare che si sono aspetti che, purtroppo, sfuggono al nostro controllo e che, spesso, possono risultare piuttosto deleteri.

 

 La nomofobia: la malattia di chi “soffre” di tecnologia

Purtroppo la comodità ha un prezzo. Se è pur vero che l’uso della tecnologia ha creato opportunità incredibili, come raggiungere velocemente luoghi, persone e informazioni, accorciato distanze, non bisogna trascurare gli incredibili effetti (negativi) che l’uso della tecnologia ha sull’uomo. A chi di noi non è mai capitato di sentirsi “perso” senza l’uso del cellulare? Lo smartphone, così indispensabile, dal quale non ci separiamo mai, potrebbe in realtà rivelarsi un terribile nemico, portandoci a sviluppare una sorta di dipendenza.

La paura o lo stato di ansia provocati dall’idea di non poter utilizzare il cellulare, il timore di rimanere senza ‘collegamento’ istantaneo, sono sensazioni che possono essere racchiuse in un solo nome: nomofobia.

Il termine nomofobia deriva dall’unione dei termini “no”, “mo”(bile-phone) e “phobia”, cioè “paura di restare senza cellulare” ed è associato a una situazione di dipendenza dal dispositivo, che comporta diverse conseguenze sul piano psicologico, emotivo e sociale (dato che il disturbo in questione può incidere sulle abitudini quotidiane dei soggetti e sul loro rapporto con gli altri).

Tra i rischi di chi soffre di nomofobia c’è quello di innescare un meccanismo di dipendenza patologica nella quale non si riesce più a fare a meno di una connessione internet e di un cellulare. La paura di essere disconnessi può portare a stati di ansia e depressione e solo l’idea di essere senza smartphone genera malessere e irrequietezza.

 

La nomofobia non è l’unica diagnosi possibile…

Secondo uno studio pubblicato sul ‘The Social Science Journal’, un utente su tre controlla WhatsApp 12 volte all’ora, ogni cinque minuti, mentre uno studio del Georgia Institute of Technology ha rivelato che nove persone su dieci soffrono della sindrome della “vibrazione fantasma” (cioè pensano erroneamente che il loro cellulare stia vibrando in tasca, indicando l’arrivo di email o messaggi).

E, a dire il vero, la nomofobia non è l’unica forma conosciuta di dipendenza: ci sono anche il vamping (letteralmente “vampeggiare”) che racchiude l’abitudine degli adolescenti di restare connessi fino a notte fonda e il phubbing che è un termine recente nato dalla fusione delle parole “phone” (telefono cellulare) e “snubbing” (snobbare), e si riferisce appunto all’atteggiamento di chi non si cura delle persone reali da cui è circondato perché troppo assorbito dal proprio smartphone.

 

I più colpiti sono i giovani

I protagonisti dello scenario  digitale sono immancabilmente i giovani, sempre pronti ad interagire con i loro dispositivi e sempre più interconnessi con altri devices.

L’evoluzione smart dei dispositivi mobili ha determinato lo sviluppo dell’interattività dei contenuti, attraverso la convergenza di diverse tecnologie digitali e la crescita di comunicazioni multidirezionali. Dunque si rivela essenziale lo sviluppo di una cultura digitale che favorisca la crescita delle condizioni necessarie per acquisire strumenti di prevenzione idonei a gestire in sicurezza l’ambiente digitale e a prevenire le potenziali minacce.

Una delle conseguenze peggiori dell’uso eccessivo della tecnologia è la tendenza a far prevalere la “vita virtuale” su quella “reale”, incrinando lo sviluppo delle relazioni reali quotidiane,  che a lungo andare non possono essere sostitute un surrogato su piattaforma.

Il rischio più comune è quello di diventare a tutti gli effetti schiavi dell’uso dello smarthpone e di altri devices,  cadendo nella trappola della “dipendenza da social”, con scarsa attenzione nei riguardi dei potenziali rischi della vita virtuale.

 

Una soluzione? La consapevolezza

Un uso consapevole e attento degli strumenti e dei dispositivi digitali in nostro possesso è davvero importante non solo per evitare di sviluppare autentiche forme di dipendenza, ma anche per limitare la possibilità di cadere nelle trappole e nelle insidie quotidiane del web.